Export delle PMI: cresce il peso dei mercati extra-UE e il rischio di cambio diventa strategico
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Il commercio estero italiano è cambiato profondamente nell’arco dell’ultimo decennio. Se nel 2016 la crescita dell’export era sostenuta quasi esclusivamente dai mercati dell’Unione europea, oggi il quadro appare molto più articolato, con un ruolo crescente dei Paesi extra-UE. Una trasformazione che apre nuove opportunità alle imprese italiane, comprese le PMI manifatturiere, ma che rende sempre più importante la gestione del rischio di cambio.
In occasione della Giornata Internazionale delle PMI, Ebury richiama l’attenzione su un tema destinato a pesare in modo crescente sulle strategie di internazionalizzazione delle aziende: l’esposizione valutaria. L’aumento degli scambi con mercati extraeuropei amplia infatti il raggio d’azione commerciale delle imprese, ma le espone anche alle oscillazioni dei tassi di cambio, con possibili effetti diretti su prezzi, margini e programmazione finanziaria.
Il confronto tra i dati ISTAT del 2016 e quelli più recenti mette in evidenza la portata del cambiamento. Nel 2016 le esportazioni italiane erano cresciute dell’1,1% in valore, con una dinamica trainata soprattutto dall’Unione europea, mentre le vendite verso le aree extra-UE risultavano ancora in contrazione. A distanza di dieci anni, la situazione è diversa: nel 2025 le esportazioni italiane sono aumentate del 3,3% rispetto all’anno precedente, con un contributo significativo anche dei mercati extra-UE.
Tra le aree più dinamiche figurano i Paesi ASEAN, la Svizzera e la Cina, mentre sul fronte delle importazioni emergono incrementi rilevanti dagli Stati Uniti e dai Paesi Mercosur. La tendenza prosegue anche nel 2026: nel trimestre febbraio-aprile le esportazioni italiane sono cresciute del 5% rispetto ai tre mesi precedenti e, ad aprile, l’export ha registrato un aumento dell’8,8% su base annua. A trainare la crescita sono soprattutto i mercati extra-UE, con un incremento del 12%, superiore a quello registrato verso l’Unione europea.
Per le PMI, e in particolare per quelle inserite nelle filiere manifatturiere internazionali, questo scenario impone un cambio di approccio. Esportare e acquistare fuori dall’area euro significa confrontarsi non solo con nuovi mercati, ma anche con una maggiore volatilità finanziaria. Una variazione dei cambi può incidere sul costo delle materie prime, sulla competitività dei listini, sulla redditività delle commesse e sulla capacità di pianificare investimenti all’estero.
«L’internazionalizzazione delle imprese italiane è una delle grandi trasformazioni dell’ultimo decennio», commenta Marta Bonati, Country Manager Italia di Ebury (nella foto). «Sempre più aziende esportano e acquistano al di fuori dell’Unione europea, ampliando il proprio raggio d’azione e cogliendo nuove opportunità di crescita. Un’evoluzione che, tuttavia, comporta anche una maggiore esposizione alle oscillazioni dei tassi di cambio, che possono incidere direttamente sui margini, soprattutto per le piccole e medie imprese».
La gestione del rischio di cambio diventa quindi una leva di competitività, non più soltanto una misura difensiva. Monitorare l’esposizione valutaria consente alle imprese di ridurre l’incertezza, proteggere la marginalità e impostare con maggiore solidità le strategie di crescita internazionale. Questo vale in modo particolare per le aziende manifatturiere che lavorano su commesse, supply chain globali e cicli di produzione nei quali tempi di incasso, acquisto e consegna possono non coincidere.