N°5 Giugno 2015

by Redazione 0

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Promossi, bocciati o rimandati?

Quante volte abbiamo sentito parlare di ‘green’ (nessun riferimento al golf, per carità) negli ultimi dieci o vent’anni?  Diciamo un media di una dozzina di volte al giorno? O forse più? Sono migliaia comunque i messaggi che ci invitano a comportamenti green e ci propongono prodotti ambientalmente compatibili.

Per certi versi, verrebbe quasi da pensare che il ‘green’ sia di moda e che in nome di questa tendenza, si possano fare buoni affari, se non addirittura qualche azione speculativa. Ma non sempre per fortuna è così. Nel senso che ci sono studi molto interessanti in materia che mostrano, dati alla mano, che scegliere modalità operative eco sostenibili, o comunque a bassa impronta ambientale, sia cosa utile. Non solo per l’immagine aziendale, ma proprio per il modo e la crescita dell’impresa stessa.

Se poi, si passa da semplici azioni, come ad esempio dotare la propria realtà aziendale di sistemi energetici che sfruttano fonti rinnovabili, a un modus operandi in linea con questa filosofia, le cose si fanno ancora più interessanti.

Anche se parliamo di industria meccanica e di macchine utensili. La differenza fra una azienda che pensa usando il passato remoto, o anche solo il passato prossimo, è destinata a crescere meno di una che ha scelto come strumento di linguaggio tecnologico al proprio interno il futuro semplice o (ancora meglio) il futuro anteriore. Non è un caso che la media delle aziende che pur producendo oggetti da old economy, come ad esempio le macchine utensili, hanno scelto un percorso innovativo sotto l’aspetto energetico siano mediamente portatrici di una crescita media doppia rispetto alle concorrenti che sono rimaste ancorate al passato.

Non è solo una questione di risparmio e di migliore utilizzo dell’energia consumata, ma è soprattutto un modo nuovo di approcciare il mondo produttivo dandosi orizzonti differenti e sicuramente più ampi.

Il ‘green’ quindi non è un pannello solare o poco di più. È un modo di pensare nuovo in cui oltre tutto gli italiani sono dei campioni. Perché, è bene ricordarcelo, la nostra storia (anche recente) è infarcita di innovazioni realizzate da italiani. E qui non parliamo di Leonardo da Vinci o di Michelangelo. Pensiamo a Rubbia e a quello che è dovuto andare a fare in Spagna perché in Italia gli era precluso (anche dopo il premio Nobel), a Federico Faggin a capo del gruppo che realizzò il primo microprocessore della storia. Per conto di una certa Intel…

Spesso, abusando di retorica, si dice che il nostro sud se sfruttato a dovere con l’industria del turismo potrebbe essere il petrolio d’Italia. Poi, questa speranza rimane troppo spesso una speranza senza seguito e il nostro turismo perde rating nel mondo. Perché non facciamo sistema, perché gli albergatori si danneggiano l’uno l’altro, perché arrivi a Pompei e trovi i cancelli chiusi.

La nostra capacità di innovazione vale più del turismo, molto di più, ma siamo troppo spesso impegnati ad avvelenare il pozzo del vicino senza renderci conto che se ci aiutassimo potremmo fare la fortuna di un intero Paese. D’altra parte da sempre siamo stati terra di conquista e queste hanno portato a uno sviluppo di
incroci, di razze e di esperienze senza eguali nel mondo. Siamo meticci e i meticci di solito sono più intelligenti. Ma siamo afflitti dalla malattia di NIMBY (not in my back yards: non nel mio cortile) e di conseguenza siamo prigionieri dell’individualismo. Non riusciamo a ragione in termini sistemici. È ora di imparare e andare a scuola per evitare di essere bocciati a fine anno. Paolo Beducci