N°04 Maggio 2014

by Redazione 0

Cover_a&m_Maggio

EDITORIALE

Ripartire dai distretti industriali?

A differenza della grande industria nazionale che, sotto i colpi della crisi è arretrata di parecchie posizioni e qualche volta è pure passata di mano se non tramontata definitivamente, la PMI – seppur fra mille e mille difficoltà – ha saputo reggere l’impatto con gli anni difficili che abbiamo attraversato. I motivi di questa capacità di resistere sono diversi e soprattutto hanno origini differenti pur nella omogeneità delle origini. Proviamo a spiegarci meglio: da una parte c’è l’Italia dei comuni, quella cresciuta a partire dall’anno 1000 che in molte regioni del Paese è ancora quella reale, quella che si può incontrare tutti i giorni. Fatta di comunità piccole e coese che davanti alle difficoltà di un periodo sono capaci di affrontare i temi e le sfide con un senso della collettività che pare essere agli antipodi del proverbiale individualismo italico. Una Italia che pensiamo non esista più e che invece, a nostro parere, è ancora presente e viva più che mai.

Proprio partendo da questa base nel corso dei decenni si è sviluppato un terreno imprenditoriale molto radicato nelle comunità locali. Più di quanto si possa immaginare. Questo humus è stato poi il luogo dove sono cresciuti i distretti industriali. Aree che sono nate spontaneamente sulla base di una necessità locale e che nel tempo sono state capaci di divenire luoghi di eccellenza per un determinato settore. Ma non solo: si tratta per lo più di aree in cui si è creata in modo del tutto spontaneo, una vera e propria filiera della conoscenza e del fare che ci ha permesso di diventare protagonisti mondiali della tecnologia e del suo sviluppo. A partire dagli anni ’70 si è cercato di dare una definizione di queste realtà aggregate o aggregabili definendole come distretti territoriali o industriali. Sicuramente sono una particolarità tutta nostrana, studiata a livello mondiale da grandi università e per certi versi invidiata da multinazionali pronte ad accaparrarsi i pezzi più pregiati, qualora divengano per qualche motivo disponibili.

Anche se citato già milioni di volte, il caso Audi deve far riflettere. Prima la Lamborghini e poi la Ducati sono finite sotto l’ala protettrice del marchio del lusso e della tecnologia VW. Il motivo non è solo legato alla fama dei marchi, anche perché Ducati produce moto e non auto. La motivazione probabilmente sta nel potersi inserire anche attraverso due nomi così importanti in un mondo, quello del distretto della meccanica, che non ha eguali.

Il fatto in sé è significativo e dovrebbe far riflette molti sulla opportunità di andarsene dall’Italia solo per poter pagare meno tasse o sfruttare sussidi comunitari contribuendo a disperdere a favore di altri, un patrimonio sconfinato. Paolo Beducci