M&A maggio 2019

by redazione 0

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La generazione “cerniera”

di Paolo Beducci

Fra i tanti argomenti che sono parte integrante del nostro quotidiano, l’innovazione tecnologica occupa un posto di rilievo. Se non altro per aver cambiato in modo radicale il nostro modo di vivere e di attraversare la giornata: questo in un lasso di tempo decisamente breve.

Se provo a immaginare come è cambiato il mio quotidiano in un quarto di secolo la sensazione che ne ricavo è assolutamente disorientante. Anzi per certi versi a volte ho la percezione di essere finito in un buco nero dal quale forse non emergerò più.

La paura è di essere finito all’interno di un gioco che non riesco più a governare come invece ho sempre fatto con le mie cose quotidiane, fino a ieri. Cerco di consolarmi vendendo a me stesso il pensiero che la mia estrazione meccanica, che mi porta a ragionare in termini di ingranaggi e non di digit, è sicuramente più logica e sicura. Sono convinto (ma non dovrei dirlo) che se un meccanismo non funziona, ci si possa e si debba mettere ad analizzarlo per vedere dove il sassolino abbia bloccato l’ingranaggio.

Medesima considerazione porta a pensare che oggi il nostro quotidiano sia fatto d’una quantità di azioni un tempo sconosciute; che si corra senza sosta verso il futuro. Ma che alla fine a tanto sforzo di innovazione e di adeguamento a nuove metodologie di lavoro, di intrattenimento, di vita in senso lato, non corrisponda un reale vantaggio nella qualità delle nostra quotidianità. Insomma: siamo sempre più di corsa e sempre più dediti al lavoro senza ricavare apparentemente grandi vantaggi da questa rivoluzione epocale di cui dovremmo essere protagonisti.

Ma è così veramente, siamo davvero impegnati in una corsa affannosa e sterile che a ben guardare non ci porta benefici particolari? O siamo noi, e mi riferisco alla mia generazione di baby boomers, a non essere capaci di approfittarne fino in fondo?

Oggi facciamo senza ombra di dubbio una quantità di cose che solo trent’anni fa ci sognavamo. E le facciamo in un tempo che non è superiore a quando avevamo venti o trent’anni. Piuttosto penso che il problema stia proprio nel fatto di essere baby boomers e non millennial: siamo cresciuti con i primi giochi in TV (rigorosamente in 2D).

I nostri figli sono cresciuti in un mondo diverso al quale noi cerchiamo di adattarci ottenendo anche discreti risultati. Per loro invece il mondo sta davvero nei pochissimi centimetri quadrati di uno smartphone.

Siamo stati la generazione cerniera fra mondo analogico e mondo digitale e ne portiamo in qualche modo i segni. Non è la nostra vita ad essere frenetica per colpa della rivoluzione digitale, siamo noi che essendo nati nella seconda metà del secolo scorso, siamo in eterna affannosa rincorsa nel tentativo di colmare un gap genetico che sicuramente si è creato. La rincorsa è un buon segno: ci dice che siamo ancora desiderosi di essere al passo dei tempi.

Anche se qualche volta ci piace godere di qualche piccolo rito da secondo millennio: in fondo anche noi a volte dobbiamo sentirci rassicurati.