Il ‘made in Italy’ inizia a tornare a casa

by Redazione 0

Un effetto non previsto della crisi. In tutto il mondo, segnala una ricerca universitaria italiana del gruppo UniCLUB MoRe (che coinvolge atenei di Catania, L’Aquila, Udine, Bologna, Modena e Reggio Emilia), si registra sempre più un ritorno delle aziende a riportare le fabbriche nei propri luoghi d’origine.
Nonostante non siano ancora poche le imprese che continuano a delocalizzare, il nostro Paese è ormai il primo in Europa per “ritorni” industriali. “Dieci anni fa – spiega già da qualche tempo Luciano Fratocchi, docente di Ingegneria Economica all’Aquila – potevamo parlare di casi isolati e controcorrente, oggi si sta invece affermando un trend di backshoring a livello globale, che vede l’Italia protagonista”. Dal 2007 al 2012 in Europa si è registrata una crescita quasi esponenziale, dai 44 ritorni del 2009 ai 68 del 2012. E nel Vecchio Continente l’Italia rappresenta il 60% di tutte le rilocalizzazioni, quasi il doppio di quanto avviene in Germania, Gran Bretagna e Francia. In un momento tutt’altro che facile per il sistema industriale del Bel Paese, le condizioni in cui avvengono questi rimpatri professionali, i loro motivi, le scelte strategiche che ne stanno alla base possono già in questo momento dire molto di come potrà crescere e svilupparsi la ripresa dell’economia nostrana.
All’origine dell’inversione di tendenza (che vede la Cina al primo posto tra i Paesi più “abbandonati”, anche soltanto per un’economia di scala), la differenza non più così abissale dei salari e l’aumento di automazione (una stima McKinsey vede per il 2025 fra il 15% e il 25% dei posti di lavoro occupati da robot) che ormai evita le lunghe distanze e conseguenti costi di trasporto.
Dalle prime aziende (soprattutto nel settore tessile), il fenomeno si sta allargando. Con un’osservazione finale, avverte Fratocchi: “i posti di lavoro che si recuperano – conferma Fratocchi – non sono uguali, né per quantità né per professionalità, a quelli che si erano persi originariamente”.